Così Strasburgo vuole forzare le regole strette dell’Irlanda sull’aborto

La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha approvato ieri il ricorso presentato da una donna irlandese per non essere stata tutelata dalla sentenza che prevede il diritto ad abortire legalmente quando la madre è in pericolo di vita. La donna aveva sofferto di una rara forma di tumore e temeva che la gravidanza indesiderata comportasse una ricaduta della malattia, ma non è riuscita a trovare un medico in Irlanda che accettasse di interrompere la gravidanza.
12 AGO 20
Immagine di Così Strasburgo vuole forzare le regole strette dell’Irlanda sull’aborto
La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha approvato ieri il ricorso presentato da una donna irlandese per non essere stata tutelata dalla sentenza che prevede il diritto ad abortire legalmente quando la madre è in pericolo di vita. La donna – identificata semplicemente come “C” – aveva sofferto di una rara forma di tumore e temeva che la gravidanza indesiderata comportasse una ricaduta della malattia, ma non è riuscita a trovare un medico in Irlanda che accettasse di interrompere la gravidanza e, come accade di prassi nella Repubblica irlandese, è volata nella vicina Inghilterra e lì ha completato la procedura abortiva. Con l’appoggio dell’Irish Family Planning Association ha sporto denuncia assieme ad altre due donne protagoniste di vicende simili; il caso è passato nelle mani della Corte di Strasburgo, terminale sovranazionale delle controversie giuridiche, e ieri la Corte ha stabilito all’unanimità che i diritti della signora “C” erano stati violati, perché non aveva potuto usufruire di una “effettiva e accessibile procedura” per poter scegliere la via legalmente accettata all’aborto. Respinto invece il ricorso delle altre due donne, una delle quali rischiava di dover ricorrere a una gravidanza extrauterina, mentre l’altra ha alle spalle una storia complicata di dipendenza da alcol e droghe e temeva che la gravidanza non voluta avrebbe fatto fallire i tentativi di ricongiungersi ai figli avuti da relazioni precedenti. Tutte e tre le donne – due cittadine irlandesi e una lituana residente in Irlanda – hanno abortito sotto la legislazione di Londra, ma soltanto il ricorso di C è stato riconosciuto, considerato l’effettivo pericolo per la vita della madre. Più che stravolgere, la sentenza di Strasburgo conferma il delicato assetto legislativo e consuetudinario dell’Irlanda, dove l’aborto è vietato dalla legge, ma concesso in determinati casi da una stratificazione storica di sentenze e appelli. “E’ una questione che l’intero spettro politico dovrà considerare”, ha detto il primo ministro, Brian Cowen.

In Irlanda l’interruzione della gravidanza è esclusa dall’ottavo emendamento della Costituzione, approvato tramite referendum nel 1983, ma nel 1992 il “caso X” ha riaperto il dibattito giuridico sull’aborto, introducendo una zona grigia in cui la pratica abortiva è tollerata in alcuni casi estremi. Il “caso X” riguardava una ragazza di 14 anni rimasta incinta dopo uno stupro, il cui trauma ha indotto tentazioni suicide nella ragazza, che è stata accompagnata in Inghilterra dai genitori, e lì ha abortito. Il procuratore generale d’Irlanda ha aperto un’inchiesta sul caso, che è arrivato alla Corte suprema ed è stato ribaltato dai giudici: la maggioranza ha dato ragione alla ragazza “X”, riconoscendo che durante la gravidanza esisteva “un rischio reale e sostanziale” per la vita della madre. Il precedente ha aperto un vuoto normativo nell’ottavo emendamento, che era stato appositamente introdotto per evitare che casi singoli ispirassero legislazioni de facto sull’aborto, come successo negli Stati Uniti nel 1973 con la sentenza Roe v. Wade.

Sull’onda del “caso X” l’Irlanda ha votato un referendum costituzionale che tollera l’aborto nei casi in cui sia a rischio la vita (e non solo la salute) della madre, e quando in seguito a traumi legati alla gravidanza possa essere indotta a tentare il suicidio. La sentenza di Strasburgo ribadisce la prassi irlandese, ma è interpretata dal fronte abortista come un invito del Tribunale europeo perché Dublino si doti di una legge comprensiva sull’aborto: “Questa decisione della Corte europea dei diritti umani conferma la sentenza della Corte suprema del 1992 e due precedenti referendum. Il parere unanime della Corte, secondo cui i diritti delle donne irlandesi vengono violati, manda un messaggio forte: lo stato non può più ignorare la necessità imperativa di una legge sull’aborto”, scrive l’Irish Family Planning Association. Il ministero della Sanità ha fatto sapere che prenderà in esame i dettagli della sentenza e “considererà ogni implicazione legale che potrà sorgere”. Per quanto non strettamente vincolante, il parere della Corte di Strasburgo solleva il problema dei vuoti legali su un tema specifico come l’aborto, vuoti che – per uno strano circolo giuridico – sono proprio la causa della passaggio del caso da Dublino a Strasburgo, dal livello nazionale al tribunale sopranazionale. “Non c’è nessuna spiegazione del fatto che la Costituzione non sia mai stata aggiornata”, scrivono i giudici, implicitamente invitando il governo nazionale a dotarsi se non di leggi almeno di linee guida vincolanti che regolino la pratica abortiva.